(cfr. J.M. Prellezo, Facoltà di Scienze dell’Educazione. Origini e primi sviluppi (1941-1965) in A servizio dell’educazione. La Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana, a cura di G. Malizia e E. Alberich, Roma, LAS, 1984, pp. 13-47)

In queste pagine non si ha la pretesa di fare «la storia» completa del­l'Istituto Superiore di Pedagogia, oggi Facoltà di Scienze dell'Educazione. Ciò comporterebbe esigenze (anche di spazio) ben più impegnative. Si vuole semplicemente dar rilievo ad alcune tappe più significative dell'«aspro e gioioso cammino» iniziale: dalle «prime coraggiose intuizioni» di Don Pietro Ricaldone, al progetto messo in atto a Torino da Don Car­los Leôncio (1941) fino al riconoscimento giuridico da parte della Congre­gazione dei Seminari e delle Università degli Studi (1956) e al successivo rilancio e «completamento» nella prima sede romana di Via Marsala 42 (1958-1965).

Si è cercato di ripercorrere la strada sulla scia delle testimonianze dei protagonisti. L'obbligata (e necessariamente affrettata) scelta dei testi può spiegare l'assenza forse di qualche voce che avrebbe potuto presentare altre modulazioni e tonalità. La preoccupazione di «oggettività» e lo sforzo di documentazione probabilmente non hanno superato tutti i rischi di privilegiare fatti e orientamenti più «vicini» all'autore della scelta stes­sa. Anche i riferimenti al contesto culturale contemporaneo sono alquanto schematici e incompleti.

Pur con questi limiti, spero che le note qui raccolte possano costituire un primo prospetto relativo ad un passato della Facoltà di Scienze dell'E­ducazione meno conosciuto e non privo di significato e di suggestioni sti­molanti per l'oggi. Esse vanno utilmente integrate in modo particolare da alcune statistiche curate per il presente volume dai colleghi Silvano Sarti e Natale Zanni.

1. L'Istituto di Pedagogia: «Una necessità per la Società Salesiana»

L'11 ottobre 1941, all'inaugurazione dell'anno accademico del Pontificio Ateneo Salesiano, il Gran Cancelliere Don Pietro Ricaldone diede una «lieta comunicazione»: l'inizio di una species facultatis di Pedagogia, nella speranza di una sua prossima approvazione da parte della Congregazione dei Seminari e delle Università.

La Cronaca della Facoltà di Filosofia e quella dell'Istituto di Pedagogia riportano senza varianti di rilievo la motivazione centrale espressa da Don Ricaldone: «È una necessità per noi, l'erezione di questa nuova Facoltà; è una necessità per la Società Salesiana, società religiosa di edu­catori» (FF 1). Il cronista della «nuova Facoltà» raccolse - con spiega­bile attenzione - altre affermazioni programmatiche del Rettor Maggio­re: «Fino adesso i nostri studi pedagogici si son fatti come si è potuto; con­tinuandosi la tradizione di Don Bosco i nostri ricevevano praticamente la loro formazione. È tempo di sistemare, di organizzar meglio questi studi. A questo tende anche il novello Istituto di Pedagogia» (FSE 4).

A parte qualche sfumatura stilistica (che potrebbe denunciare una mano non italiana), possiamo ritenere sostanzialmente fedele la trascri­zione delle parole di Don Ricaldone. Egli stesso esprimeva concetti molto vicini, dando l'annuncio ufficiale alla Congregazione Salesiana negli Atti del Capitolo Superiore: «Per preparare appunto sempre meglio Soci Salesiani all'alta missione di educatori secondo il Sistema Preventivo lasciatoci in eredità preziosa dal nostro Santo Fondatore, abbiamo potuto alfine attuare una aspirazione da tempo accarezzata, aprendo cioè il prossimo anno scolastico nell'Ateneo Pontificio Salesiano, a fianco delle tre Facoltà di Teologia, Diritto Canonico e Filosofia, un Istituto Superiore di Peda­gogia. Esso si propone, non solo di valorizzare e diffondere sempre più i principi della Pedagogia Cattolica, ma di mettere pure nel dovuto rilievo il fine senso psicologico e formativo del nostro Patrono e Dottore di S. Chiesa San Francesco di Sales, il cui nome decora il nostro Pontificio Ate­neo, ed infine di illustrare in particolar modo il sistema e le idee pedago­giche del nostro Santo Fondatore, proclamato con ragione il più insigne educatore dei nostri tempi. Nel sullodato Istituto vogliamo anzitutto for­mare gl'insegnanti di pedagogia per le nostre Case di Formazione, perché da esse possano uscire Salesiani esemplari ed educatori attrezzati e aggiornati nella pedagogia e nella didattica. Parmi superfluo aggiungere che la Catechetica avrà sempre, e nell'Istituto di Pedagogia dell'Ateneo e nelle Case di Formazione, un posto di assoluta preferenza».

Sulla necessità di un centro superiore di studi pedagogici per la forma­zione dei Salesiani, Don Ricaldone ritornerà più volte, come ad esempio, in una lettera (31.12.1945) al Prefetto della Congregazione dei Seminari, Card. Pizzardo. Riferendosi alle motivazioni iniziali del suo progetto, scri­veva: «Forse poche Famiglie Religiose sentono così impellente tale biso­gno quanto la Società Salesiana [...]; da noi tutti è richiesta una prepara­zione pedagogica e didattica completa: ed è evidente che se tale prepara­zione è ravvalorata da un titolo accademico, s'accresce il prestigio del nostro apporto educativo» (FSE 1).

Il tema della pedagogia non era un argomento nuovo nell'ambito del PAS. La preoccupazione del suo Gran Cancelliere per i problemi educa­tivi e catechistici aveva trovato riscontro nella sensibilità e collaborazione delle prime autorità accademiche, in particolare del Decano della Filo­sofia, Don Giuseppe Gemmellaro. Anche prima del riconoscimento giu­ridico fu sentito il bisogno d'integrare la formazione filosofica degli alunni Salesiani, «appartenenti ad una congregazione educatrice». Nel Kalendarium delle lezioni dell'Institutum Philosophicum Princeps (1937-38) trovia­mo, tra le discipline auxiliares, la Paedagogia (o Paedagogia Christiana come viene chiamata altre volte). Questo corso fu tenuto (1938-39) da Don Valentino Panzarasa, già professore presso l'Università Cattolica di Santiago del Cile. Nell'anno accademico 1939-40, fra i seminari e istituti creati allo scopo di approfondire le materie filosofiche ed altre connesse con queste, è compreso un Institutum et Seminarium Paedagogiae cum peculiari Schola Catechetica, con la facoltà di conferire un peculiare Diploma. La Sectio paedagogica del Curriculum Studiorum comprendeva queste materie ausiliari: Pedagogia generale, Metodologia didattica e Storia della pedagogia, con particolare riguardo al Sistema educativo di Don Bosco. Delle due prime discipline appare ancora come docente Don Valentino Panzarasa; dell'ultima, Don Carlos Leôncio da Silva «dottore in Teologia e Pedagogia».

Don Carlos Leôncio da Silva - salesiano brasiliano - era arrivato in Italia, chiamato da Don Ricaldone, con un'ampia esperienza d'insegna­mento e con una seria preparazione nel campo pedagogico. Approvata ufficialmente la Facoltà di Filosofia (1940), egli si occupò dell'organizza­zione dell'annesso Istituto di Pedagogia. Si potè allestire allo scopo una «sala speciale», s'iniziò la formazione di una modesta biblioteca specializ­zata, dove si raccolsero anche alcuni sussidi didattici. Il quadro delle materie si arricchì poi con i corsi di Igiene generale e scolastica e di Legi­slazione scolastica (tenuti da Don Giacomo Lorenzini, direttore dell'Isti­tuto di Psicologia Sperimentale, annesso alla medesima Facoltà). Anche il Seminario di Pedagogia iniziò il suo lavoro di studio e di ricerca, guidato da Don Carlos Leôncio, con la «partecipazione attiva» degli studenti. Lo stesso direttore Don Leôncio nel rapporto sulla prima esperienza (16.6.1941) auspica che «il Seminario Pedagogico continui sempre a fun­zionare come elemento di primo ordine dell'Istituto di Pedagogia; che ad esso si dia sempre la dovuta importanza, pari alla stessa scuola, avendo forse più che essa la spontaneità del discorrere, la libertà delle osserva­zioni e l'ambiente di cordialità e mutua intesa che ne è il pregio principale e la principale condizione di ottimi risultati».

Don Carlos Leôncio conosceva bene le direttive di Don Ricaldone: «organizzare con cura tutta particolare il ramo degli studi pedagogici», perché «l'esperienza in atto di corsi e programmi» doveva «diventare il fermento fecondo di una Facoltà di Pedagogia». Accennando a queste finalità precise, il Gran Cancelliere del PAS manifestò pure (11.10.1940) il suo proposito (che purtroppo non riuscì ad attuare in modo compiuto) di «formare un nucleo di docenti a Friburgo, Lovanio, Parigi e a Ginevra» (UPS 1).

Contemporaneamente il tema della Pedagogia si apriva a richieste che andavano al di là dei corsi e delle materie. In sede di Collegio di profes­sori (26.12.1940), il Decano Don G. Gemmellaro chiese un parere sulla «opportunità - possibilità attuale - piano strutturale e di collaborazione di una "Rivista di Pedagogia" che tanto sta a cuore al nostro venerato Rettor Maggiore» (FF 2). Infatti due anni prima (10.5.1938), Don Pietro Ricaldone, rispondendo all'invito del Papa (tramite Mons. Ruffini, allora Segretario della Congregazione dei Seminari), aveva dichiarato la propria disponibilità «per la futura Rivista». Alcuni mesi dopo (16.1.1939), lo stesso Rettor Maggiore dava notizia ai membri dell'allora Capitolo Supe­riore di una lettera in cui Mons. Ruffini esprimeva «la soddisfazione del S. Padre che la progettata Rivista per gli istituti di istruzione ed educa­zione dipendenti dall'Autorità Ecclesiastica abbia carattere prevalente­mente pedagogico» (ASC 6).

La «Rivista di Pedagogia» si trovò più di una volta all'ordine del giorno nelle sedute del supremo organismo di governo della Congrega­zione Salesiana; ma il piano delineato (si parlò di eventuali collaboratori di altre Congregazioni religiose, del soggetto degli articoli, formato, numero delle pagine...) non potè essere attuato. Solo più tardi, e in un contesto diverso, vide la luce la rivista dell'ISP: Orientamenti Pedagogici.

Invece l'«aspirazione da lungo tempo accarezzata» dal IV Successore di Don Bosco ebbe una prima e concreta realizzazione nel corso accade­mico 1941-42: «L'antico corso o "Istituto di Pedagogia", che funzionava presso la Facoltà di Filosofia come parte di essa, si convertì in un istituto autonomo» (FSE 4).


2. Progetto iniziale di «una vera Facoltà di Pedagogia»


Le parole trascritte dal paragrafo precedente sono del primo Decano Don Carlos Leôncio, il quale, nelle pagine introduttive della Cronaca del nuovo Istituto, presenta le gradi linee e orientamenti del progetto iniziale di «una vera Facoltà di Pedagogia». Premette anzitutto che l'idea dell'organizzazione risponde alla precisa volontà dei Superiori, specialmente del Rettor Maggiore, desideroso «di dar uno sviluppo più grande e più profondo agli studi pedagogici della Congregazione». Dopo aver accennato alle esperienze contemporanee, Don Leôncio osserva che, nel PAS, si è voluto creare un'istituzione «un po' diversa». Non si tratta di dar vita a un semplice corso universitario o a una cosiddetta Facoltà di Magistero e meno ancora a una Scuola Magistrale, ma piuttosto di creare una «Facoltà esclusivamente di Pedagogia», nella quale sia affrontato il problema pedagogico «in tutta la sua estensione e profondità», tenendo presenti tutti gli «elementi scientifici teoretici», necessari per un'adeguata soluzione del medesimo. I futuri candidati dovrebbero fare previamente studi filosofici-letterari-scientifici. Un robusto corpo di materie garantiva, nel piano abbozzato, la serietà e compiutezza della specializzazione peda­gogica (Introduzione alla pedagogia, Fisiologia applicata all' educazione, Psicologia sperimentale generale e dell'età evolutiva, Filosofia dell'educa­zione, Propedeutica all'educazione cristiana e catechetica, Storia dell'educa­zione e della pedagogia, Pedagogia generale e speciale, Didattica, Legisla­zione scolastica, Igiene scolastica, Edilizia scolastica, Biotipologia, Psico­patologia pedagogica, Reattivi mentali). Il curricolo di studi si strutturava su base triennale.

Oltre alla parte teoretica - «l'oggetto principale di questa Facoltà» - Don Leôncio mette pure in evidenza l'esigenza della «possibile applica­zione alla pratica», cioè riflessione sulle esperienze realizzate, esercizi di carattere educativo-didattico nell'ambiente concreto della scuola.

Dato che il nuovo Istituto promosso dai Salesiani voleva diventare, una volta approvato dalla Santa Sede, «la prima Facoltà Pontificia di Pedagogia», non può sorprendere che, fra i tratti caratterizzanti, venga messo l'accento sullo «spirito cristiano e salesiano», riservando una trat­tazione speciale al corso sul Sistema preventivo di Don Bosco.

Gli inizi furono assai modesti: 6 studenti (chierici salesiani) e 4 profes­sori. La dotazione e i locali (presso l'Istituto «Conti Rebaudengo» di Tori­no) quelli indispensabili: un'aula scolastica, biblioteca (con 1.500 volumi ca.), sala di seminario, direzione e segreteria. S'incrementò poi il Museo Pedagogico e l'attrezzatura del Laboratorio di Psicologia Sperimentale, che cominciò a orientare progressivamente le sue attività in funzione edu­cativa.

A conclusione dell'anno accademico 1941-42, «primo della Facoltà», il Decano manifestò al Gran Cancelliere (13.7.1942) le sue impressioni: erano stati svolti, «con tutta regolarità», i seguenti corsi: Principi fonda­mentali dell'educazione (prof. Don Panzarasa), Pedagogia sistematica (prof. Don Leôncio), Storia della pedagogia e dell'educazione (prof. Don Casalegno), Psicologia sperimentale (prof. Don Lorenzini). Il previsto corso di Biologia applicata all'educazione non si potè tenere «per man­canza di professore». Gli studenti erano riusciti bene in «quasi tutte le materie», ma si dovette costatare la «mancanza di seria preparazione filo­sofica» dei medesimi.

Date le caratteristiche e l'impegno degli studi pedagogici, Don Leôncio propone alcuni criteri da tener presenti nella scelta dei candidati: cultura filosofica e scientifico-letteraria di base; «certa maturità di mente, di cuore», oltre al gusto e spiccata propensione per le materie pedagogiche; pratica di vita tra i ragazzi nei collegi e nelle scuole. Sulla base di queste considerazioni viene suggerita finalmente l'ipotesi di aprire la Facoltà di Pedagogia piuttosto ai sacerdoti, oppure ai soli sacerdoti» (FSE 1).

È del «primo anno» un'idea particolarmente significativa: la prepara­zione di una «Collana Pedagogica Salesiana». La proposta, abbozzata da Don Leôncio, rimase bloccata dalle sfavorevoli circostanze del momento. Ma gli scritti del pedagogista brasiliano cominciavano a trovare i primi consensi dei pedagogisti italiani. Il 2 marzo 1942, il prof. Marco Agosti, dopo aver visitato assieme al prof. Chizzolini l'Istituto torinese, affermò: «Ieri fummo alla Università Cattolica. Abbiamo presentato l'opera ine­dita del vostro P. C. Leôncio. È vero - ce lo disse l'autore - non si tratta di un'opera definitiva, ma è la prima opera di carattere sistematico che appare nel campo pedagogico. Fra tante opere di critica pedagogica, nella grande tradizione di pedagogia spiritualistica, essa mancava e voi, Salesia­ni, nella persona del P. Leôncio, ce l'avete donata. Noi non possiamo che ringraziarvi» (FF 1).

Purtroppo molto presto le tragiche vicende della guerra europea inci­sero sullo sviluppo del nuovo Istituto di Pedagogia. A causa delle incur­sioni aeree sulla città di Torino, il Gran Cancelliere decise il trasferimento (31.10.1942) della sede a Montalenghe (nel Canavesano). Una lettera del Decano al Rettore del PAS (30.12.1942) riflette molto bene la precarietà della situazione: «di tutto qui difettiamo, non avendo, a momenti, nem­meno un foglio di carta per scrivere» (FSE 1).

Superati i primi disagi e difficoltà e nonostante il «clima e tempo di guerra», continuarono con relativa regolarità gli impegni di studio e inse­gnamento. Nel mese di giugno del 1944 furono conferite le cinque prime licenze in Pedagogia, date ancora in nome e per autorità del Rettor Mag­giore della Società Salesiana.


3. «La questione della Facoltà... in turbinosa aspettativa»


Finita la guerra e rientrati professori e studenti a Torino (20.9.1945), si decise di compiere un passo importante: ottenere l'approvazione della S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi. Il Segretario della medesima, Mons. Ruffini, aveva caldeggiato dal primo momento (1940) l'idea di un centro superiore di studi pedagogici presso l'Ateneo Salesiano. Il 29 settembre 1945, dopo aver visitato la sede torinese, invitò Don Ricaldone «a presentare tosto la domanda per il riconoscimento giu­ridico dell'Istituto col titolo di Facoltà, desiderando firmare Egli stesso il Decreto di approvazione» (FSE 4).

Il momento poteva sembrare senza dubbio favorevole. Con data 23 giugno 1945 l'organo ufficiale della Santa Sede pubblicava il testo del

documento che rendeva obbligatorio lo studio della Pedagogia nei semi­nari. Nel contempo Mons. Ruffini era stato preconizzato arcivescovo di Palermo e tra non molti mesi avrebbe dovuto lasciare Roma.

I lavori di preparazione del «primo abbozzo degli Statuti» della erigenda Facoltà avevano avuto inizio «quasi all'improvviso» - dice il cro­nista - nel mese di agosto, già nella sede di Montalenghe. Vi presero parte tutti i professori presenti. Fu redatta anche una Nota per i Superiori Maggiori, nella quale venivano illustrate le istanze fondamentali e le motivazioni ideali del progetto delineato negli Statuti. Un accento particolare venne messo sui fini specifici della Facoltà: se ne distinse uno di carattere generale teoretico-scientifico («l'elaborazione rigorosa d'una scienza pedagogica») e un altro di carattere teoretico-pratico (formare «degli specialisti negli studi della Pedagogia, dei pedagogisti veri e propri, che della Peda­gogia in generale, ed in particolare della Pedagogia salesiana, abbiano conoscenza ragionata, sistematica, riflessa, al di sopra della superficialità e faciloneria»),

I redattori della Nota (tra i quali figuravano probabilmente Don Andrea Gennaro, Rettore del PAS, e Don Nazareno Camilleri, Decano della Facoltà di Filosofia) erano convinti che l'avvenire stesso della Con­gregazione Salesiana esigeva di portare avanti l'iniziativa intrapresa: «La formazione, seria, organica, scientificamente ben fondata, di specialisti nostri di pedagogia, appare di necessità sempre più crescente quanto più ci andiamo cronologicamente allontanando dalle origini, sicché lo studio riflesso e la meditazione ragionata dei competenti servano a compensare, nella misura possibile anche se certo troppo scarsa, le intuizioni, il "tatto", L'"occhio clinico" della Prima Generazione. In conclusione la Facoltà di Pedagogia come tale si proporrebbe per sé, come scopo coessenziale a quello scientifico puro, la formazione di pedagogisti più che non di educatori in atto» (FSE 4).

Per quanto riguardava i destinatari, in base all'esperienza fatta (non sempre positiva) e agli scopi fissati, si concluse che i candidati («sacerdoti o laureati») dovevano avere un'adeguata formazione culturale di base e soprattutto «maturità umana». L'apertura a «discepoli non salesiani» fu considerata senz'altro positiva.

Nelle Motivazioni per l'erezione canonica redatte pure in quest'occasione e presentate poi in nuova redazione alla Congregazione degli Studi si accennò a eventuali destinatari «ecclesiastici e laici». E vi si riportarono altre considerazioni che ci aiutano a capire il perché della richiesta avanzata. Lo sviluppo degli studi sull'educazione e certe «moderne aberrazioni pedagogiche» e, d'altra parte, la considerazione della missione educatrice della Chiesa mettevano in evidenza, secondo i redattori delle Motivazioni, l'urgenza dell'approfondimento della pedagogia a livello universitario negli Atenei cattolici pontifici. Ma, data la «natura scientifica-filosofica- teologica del problema educativo», lo studio esauriente del medesimo non poteva trovare un posto adeguato nelle facoltà tradizionali esistenti: era necessario creare una nuova Facoltà.

La richiesta di erezione fatta dai Salesiani poggiava appunto su un presupposto più volte ribadito nella pratica romana: la «rigorosa scientificità della Pedagogia come scienza una e distinta dalla Filosofia» (FSE 2). Per documentare la propria posizione (che doveva impiegare molto tempo a farsi strada negli ambienti vaticani) gli iniziatori dell'Istituto di Pedagogia accennavano pure ai centri e alle organizzazioni pedagogiche più significa­tive «visitate dai professori salesiani», e riportavano la conclusione del Congresso Internazionale di Pedagogia (Bruxelles 1911), secondo cui «le scienze riguardanti la formazione della gioventù costituiscono ormai un insieme sufficientemente vasto da formare la materia di una nuova Facoltà che potrebbe utilmente essere inserita nelle Università». Appunto in base a tale conclusione, si diceva, furono organizzate la École de Pédagogie et de Psychologie appliquée à l'éducation di Lovanio e l'Institut des Sciences de l'Éducation di Ginevra. Questi istituti però - si concludeva nelle Motivazioni - «non hanno ancora attuato il piano di una vera Facoltà autonoma di pura Pedagogia e scienze affini», mentre l'Istituto di Peda­gogia creato a Torino si è proposto già fin dall'inizio (1941) il preciso scopo di divenire una «vera Facoltà», con diritto a concedere i gradi acca­demici.

Tenendo presente tale scopo venne organizzato il Curriculum studiorum triennale. Nel progetto presentato per l'approvazione (1945) le mate­rie appaiono organizzate (d'accordo con gli orientamenti della Deus Scientiarum Dominus) in disciplinas praecipuae, auxiliares, speciales. All'ampio quadro organico tracciato precedentemente da Don Leôncio, si aggiunse la Sociologia e, in forma esplicita, la Theologia educationis (di cui lo stesso Don Leôncio fu uno dei primi assertori e uno dei più qualificati studiosi).

I primi contatti romani furono positivi. Scriveva Don Leôncio il 5 novembre 1945: «Fin qui tutto va ottimamente. Le prime "conferenze" col P. Barbera (consultore-relatore), con Mons. Rossino (sottosegreta­rio), con Mons. Ruffini (segretario) e con lo stesso Card. Pizzardo [...] tutto riuscì molto bene. Essi sono entusiasmati dell'idea e dell'organizza­zione della Facoltà. [...] Se non sorgono difficoltà, la cosa si farà e si farà presto. Il giorno 11 potrebbe già andare per l'approvazione del S. Padre» (FSE 2).

Alcuni giorni prima (1.11.1945) lo scrittore gesuita P. Mario Barbera aveva espresso giudizio favorevole sui documenti allegati dal Gran Can­celliere del PAS alla supplica di erezione, considerando molto opportuna, «anzi quasi necessaria, l'erezione della Facoltà pedagogica, ben distinta dalla Facoltà filosofica». Il P. Barbera, motivando la concessione della «grazia», metteva in risalto «la capacità ed esperienza specifica pedago­gica della Società Salesiana» e la «rara ed esimia competenza del Decano Don Leôncio» (FSE 1).

Ma le difficoltà sorsero ben presto. Non era passato il mese di novem­bre e Don Leôncio dovette scrivere a Torino: «La questione della Facoltà è in turbinosa aspettativa». E un mese più tardi (20.12.1945) sintetizzava con disappunto i risultati degli incontri avuti: «Non si tratta di discutere, approvare o disapprovare la struttura scientifica della nostra Facoltà: di questo quasi non si è parlato, anzi si trovò magnifico il piano; si sono are­nati nella questione pregiudiziale: se convenga ("utrurn oporteat") istituire adesso una Facoltà di Pedagogia che sarebbe una vera novità». Mons. Ruffini era favorevole «in tutto e per tutto», ma ormai egli era stato creato arcivescovo di Palermo...

Negli ambienti della Congregazione dei Seminari e delle Università frattanto si delineò l'ipotesi di un «Istituto Superiore, ma annesso alla Facoltà di Filosofia, e con facoltà di concedere diploma di Pedagogia». Si considerava la Filosofia più che sufficiente per affrontare i problemi riguardanti l'educazione. Tale proposta trovò recisa e unanime opposi­zione da parte delle autorità accademiche del PAS. L'accettazione avrebbe significato, in pratica, tornare alla situazione precedente al 1941. Si voleva invece una «vera e distinta Facoltà di Pedagogia con la giuridica possibilità di conferire i tre tradizionali gradi accademici» (FSE 1).

Fu esaminata anche la soluzione ipotizzata dal P. Mario Barbera, cioè «un Istituto Superiore di Pedagogia, con diritto a concedere il Baccalau­reato e la Licenza, in attesa di avere poi la Facoltà e il diritto di concedere la Laurea» (FSE 1). Il Rettor Magnifico Don Gennaro, in una lettera a Don Leôncio (14.12.1945), osservava che Don Ricaldone, «pur mirando al tutto, si contenterebbe di avere quanto accenna il P. Barbera», ma aggiungeva subito: «Noi insistiamo per il tutto: e se dovremo contentarci del meno, fiat voluntas Dei!».

Pochi giorni dopo (26.12.1945) lo stesso Don Gennaro adottava una posizione più flessibile, vicina a quella espressa da Don Ricaldone, sugge­rita da P. Barbera: «Dobbiamo conseguire almeno questo: Un Istituto Pontificio distinto di Pedagogia con diritto di concedere almeno il Baccalaureato e la Licenza, in attesa di convertirlo in Facoltà col privilegio di concedere anche la Laurea. O questo o nulla. Di un semplice diploma non sappiamo che farne».

Con lo scopo di vincere le resistenze, offrendo altri elementi di giudi­zio e dissipando i timori di fronte alla «novità» della richiesta fatta dai Salesiani, furono raccolti i pareri di professori universitari e di eminenti uomini di cultura. Jacques Maritain, allora ambasciatore presso la Santa Sede, scrisse: «La présence d'une Faculté spéciale consacrée à l'Education m'apparait comme nécessaire dans une Université consciente de l'universalité et de l'intégralité de la fonction enseignante. Une telle Faculté ne saurait être suppléée par les Facultés dédiées aux connaissances spécula­tives que suppose et implique la science de l'Education» (FSE 2).

Il padre M. St. Gillet, Maestro Generale dei Domenicani, affermava da parte sua: «Nous avons de plus en plus besoin de Pédagogues bien formés scientifiquement, mais plus encore philosophiquement et moralement. [...] Nous ne pouvons donc qu'approuver et louer les Pères Salésiens de songer à fonder, avec l'approbation de la Sacrée Congrégation, une Faculté de Pédagogie. [...] Nous souhaitons vivement que ce projet réussisse. La Sacrée Congrégation a déjà approuvé la fondation de Facultés d'Histoire; pourquoi pas une Faculté de Pédagogie?».

Analoghi concetti venivano espressi dal P. Reginald Garrigou-Lagrange, dal canonico Pio Paschini, Rettore del Pontificio Ateneo Lateranense e dai professori Mario Ponzo e Nicola Pende.

La documentazione raccolta e le pratiche fatte a vari livelli non riuscirono però a vincere i timori, le perplessità e i «tentennamenti» del Prefetto della Congregazione dei Seminari. Don Leôncio, d'accordo con Don Pietro Ricaldone, decise allora di presentare a Mons. Rossino (9.1.1946) una «nuova proposta», che comportava la rinuncia - «per adesso» - al titolo di Facoltà e l'accettazione dell'esigenza di preparazione filosofica dei pedagogisti; ma in tale proposta s'insisteva ancora che l'Istituto di Pedagogia, pur rimanendo presso la Facoltà di Filosofia, avesse «il diritto di conferire i gradi accademici per la Licenza e il Dottorato» (FSE 1).

Per un momento si ebbe l'impressione che gli ostacoli incontrati potessero essere finalmente superati. Il 5 gennaio 1946, il Procuratore Generale della Società Salesiana Don Francesco Tomasetti scriveva al Rettor Maggiore: «Tengo d'occhio la pratica della erigenda Facoltà di Pedagogia. Dopo le feste [...] riprenderò con tutto l'impegno l'opera di persuasione. Mi sembra di poter assicurare che la cosa andrà bene, con un poco di pazienza» (ASC 7). Ed alcuni giorni dopo (18.1.1946): «Ho parlato con S.E. il Cardinale Pizzardo nei riguardi della Facoltà di Pedagogia e l'ho trovato favorevole non solo, ma avendomi egli fatto leggere i pareri dei membri della Commissione incaricata di riferire sulla convenienza di acco­gliere la di Lei istanza, ho anche constatato che sono tutti favorevoli. Certo non conviene premere troppo, ma, dopodomani, andando dal Papa, gli manifesterò le sue idee e i suoi desideri».

Quando il Procuratore Generale dei Salesiani fu ricevuto (29.1.1946) da Pio XII la situazione si presentava invece molto cambiata. Lo stesso Don Tomasetti ne dà notizia a Don Ricaldone: «Abbiamo parlato della Facoltà di Pedagogia. Egli mi diceva che veramente S.E. il Card. Pizzardo non è favorevole, e adduceva le già note ragioni, e cioè che la pedagogia è una parte della psicologia e che quindi non è necessaria una cattedra particolare per essa...».

Di fronte al pericolo rappresentato dai «protestanti» che - secondo le informazioni di Don Tomasetti - si preparavano «ad inondare l'America e l'Europa di pedagogia basata sui loro principi», il Papa rimase «impressionato» e assicurò «che avrebbe parlato con il Cardinale Pizzardo, appoggiando la richiesta dei Salesiani».

L'eventuale colloquio di Pio XII col Prefetto della Congregazione degli Studi non portò al risultato che si aspettavano i fautori della nuova Facoltà. Prima della fine del mese di gennaio 1946, Don Leôncio si rese conto «che niente vi era più da fare per la Pedagogia a Roma». Neppure la «nuova proposta» trovò un'accoglienza favorevole. Evidentemente, le difficoltà e le riserve non riguardavano solo il nome di «Facoltà».

Don Leôncio decise allora di realizzare un progettato viaggio in Bra­sile. Prima di partire comunicò (2.2.1946) al pro-Decano Don Bonifacio la sua impressione pessimistica: «Io credo che l'approvazione per ora non avverrà». E la previsione si avverò. Pochi giorni dopo, il Rettor Maggiore dei Salesiani ricevette una Nota d'Ufficio della Congregazione dei Semi­nari e delle Università degli Studi, in cui si formulavano difficoltà «teore­tiche e pratiche» per l'erezione di una quarta Facoltà presso il Pontificio Ateneo Salesiano. Dal punto di vista teoretico - secondo gli estensori della Nota - il progetto presentato non aveva sufficiente fondamento, dato che la Pedagogia «è piuttosto un'arte che una scienza, o almeno non è una scienza sufficientemente autonoma». Di conseguenza lo studio della «sola Pedagogia non sarebbe una formazione sufficiente per legittimare il titolo di dottore». Le difficoltà di carattere pratico scaturivano soprattutto dal fatto che la Pedagogia «non è una disciplina strettamente ecclesiasti­ca». La Congregazione degli studi «non ha dinnanzi a sé esempi né nel campo ecclesiastico né in quello civile» (FSE 2). Ancora una volta la vec­chia obiezione della novità... Il documento dell'Organismo vaticano si chiude con un giudizio severo sulla «scarsa consistenza» dell'Istituto di Pedagogia, esistente presso l'Ateneo Salesiano, sia per il ridotto numero di allievi - 14 - sia per quanto si riferisce alla preparazione universitaria di alcuni dei 12 professori: «Non tutti i docenti attuali, che dovrebbero formare il corpo accademico, - veniva osservato nella Nota - hanno titoli adeguati, e pubblicazioni degne di questo nome».

Don Ricaldone, dopo aver ascoltato il parere dei proff. A. Gennaro, N. Camilleri, V. Miano, V. Sinistrero, E. Valentini, E. Bonifacio, inviò a Roma (26.3.1946) un ampio scritto, in cui s'integrava l'informazione su quanto realmente si faceva a Torino e in campo internazionale nel settore degli studi pedagogici; e si puntualizzavano le diverse questioni sollevate, in particolare quella del concetto di Pedagogia come «scienza dell'educa­zione» e la sua relativa autonomia nei confronti della Filosofia. Sul tema della «consistenza» dell'Istituto si osservava garbatamente che i Salesiani avrebbero gradito che nella valutazione fatta «vi fosse stato almeno un cenno» alle difficili circostanze belliche in cui l'Istituto medesimo aveva cominciato il suo lavoro: erano state appunto tali circostanze che avevano condizionato pesantemente la produzione scientifica e l'afflusso degli allie­vi. Lo scritto accennava poi a un piano di pubblicazioni pedagogiche «in via di avanzata preparazione» e offriva alcuni chiarimenti ed elementi che miravano a mettere in evidenza l'inconsistenza dell'«accusa generica» rivolta ai professori.

I rilievi fatti dal Gran Cancelliere e dal gruppo di professori del PAS erano tutt'altro che ingiustificati. Si deve però aggiungere che le osserva­zioni fatte nella Nota d'Ufficio, anche se certamente poco sfumate, non si presentavano prive di un certo fondamento per quanto riguardava l'ultima questione accennata. Il problema del personale infatti era stato sollevato, a diverse riprese, dagli stessi responsabili dell'Istituto di Pedagogia. Il 7 giugno 1947 Don Leôncio (ormai rientrato dal Brasile) in sede di Collegio dei docenti notò «che non si era ancora in regola sia per ciò che riguarda gli alunni, sia per ciò che riguarda i Professori». Probabilmente vanno col­locate in questi anni le parole di Don Pietro Ricaldone, raccolte dal segre­tario Don Savaré: «Se il buon Don Fascie mi avesse dato retta, quando gli dicevo di mandare due chierici in Belgio, due in Francia, due nella Svizzera, due negli Stati Uniti a perfezionarsi in Pedagogia..., avremmo adesso personale preparato, con titoli moderni per la nostra Facoltà di Pedagogia».

Le difficoltà trovate a Roma non riuscirono ad affievolire l'entusiasmo del Successore di Don Bosco. Fu particolarmente significativo il suo inter­vento al PAS in occasione della chiusura dell'anno accademico 1945-46. Disse: «Vi esorto a dare grande importanza alla Pedagogia. [...] Non basta più oggi una Facoltà di Filosofia con a fianco alcuni corsi di Peda­gogia, trattala] alla stregua di qualsiasi altra materia, come è in molti isti­tuti». «Nel mio pensiero - proseguì Don Ricaldone - la Facoltà di Pedagogia dovrebbe avere, in certo modo, la prevalenza su tutte le altre. Avremo sempre il sacerdote, che conosce le discipline ecclesiastiche, il giurista, il chierico, che prima della teologia avrà messo buone basi di filo­sofia. Ma questa è una formazione che abbiamo comune con i seminari e con le altre famiglie religiose. Ma vi è una formazione pedagogica e sale­siana che non abbiamo in comune con nessuno. Vi è una formazione che ha un'anima, un sistema, un metodo. Se noi, disgraziatamente, li lascias­simo perdere, avremmo il sacerdote, il teologo, il filosofo, il cultore del diritto, ma non avremmo più il figlio di Don Bosco, il Salesiano, l'educa­tore che tramandi e viva il pensiero di Don Bosco» (FSE 1).

Don G. Lorenzini accennando a queste parole di Don Ricaldone (pur senza trascriverle letteralmente) aggiunge in lettera a Don Leôncio (30.6.1946) che ha ricevuto disposizione di riorganizzare le attività, gli studi e le attrezzature dell'Istituto di Psicologia «dandogli una finalità emi­nentemente pedagogica e concependolo nella sua sistemazione in funzione della Facoltà di Pedagogia».

Malgrado gli sforzi realizzati, 1'«aspirazione da tempo accarezzata» rimase per molto tempo senza una compiuta realizzazione. Il 17 ottobre 1946, Don Ricaldone si occupò ancora una volta del problema. A Roma ebbe un colloquio privato col Prefetto della Congregazione degli Studi, il quale ribadì però, in termini «accesi», la necessità di avere «uomini e mezzi» per poter realizzare il progetto presentato, soprattutto tenendo in conto «che non vi è nessuna Facoltà di Pedagogia»...

L'intervento del Card. Pizzardo dovette essere particolarmente forte se, alla fine dell'incontro, egli «s'inginocchiò chiedendo scusa di essere stato troppo duro» (ASC 3). Ma la sua posizione di fronte alla richiesta del Rettor Maggiore dei Salesiani continuò immutata. Infatti, al giorno seguente Mons. Rossino fece capire a Don Ricaldone che «per ora non v'è nulla da fare»; e consigliò la «biforcazione della Facoltà filosofica: dopo i due primi anni si dividerebbe in filosofica e pedagogica».


4. «Un travaglio di crescita veramente faticoso»


Per cercar di rispondere alle «esigenze di Roma», nel corso accade­mico 1946-47 s'iniziò la rielaborazione dei programmi. Dopo lunghe e vivaci discussioni fu accolta («imposta», dice il verbale delle sedute) l'ipo­tesi del Decano della Facoltà di Filosofia, Don V. Miano. Tale ipotesi, ratificata in accordi posteriori (19.2.1948), contemplava la modificazione del Curriculum studiorum dei pedagogisti con l'introduzione di «tutti i sei trattati di filosofia, insieme agli alunni filosofi, nei primi due anni, con 9 ore settimanali» (FSE 5). Inoltre l'Istituto Superiore di Pedagogia restava «per adesso giuridicamente annesso alla Facoltà di Filosofia», prendendo della medesima i rispettivi titoli. La misura veniva giustificata partendo da una considerazione di fatto: gli allievi (chierici salesiani) avevano bisogno di titoli legali che li rendessero idonei all'insegnamento nelle scuole appro­vate dal governo.

L'esperienza si dimostrò però negativa. Le autorità accademiche dovettero costatare (16.5.1949) il «malcontento degli alunni della Pedago­gia», che si sentivano «troppo oberati». I membri del Consiglio della Facoltà di Filosofia riconobbero che «invero sembra troppo dover seguire oltre i trattati filosofici insieme con la storia, anche i corsi non molto meno impegnativi di pedagogia. Per ovviare all'inconveniente - aggiungevano -, non ci sarebbe altro che venissero come studenti di Pedagogia tutti preti...; ma questo non dipende dalle autorità accademiche». In quell'oc­casione si vagliò pure «la situazione storica e giuridica de' rapporti tra Facoltà di Filosofia e Istituto di Pedagogia», ma «non si seppe neppure cosa decidere: chi si cura di quegli studenti? Il Decano di Filosofia o quello di Pedagogia?» (FF 2).

Nel 1950 il Programma è composto solo dalle materie pedagogiche e di alcune questioni filosofiche connesse. Il «biennio di Filosofia» è indi­cato come un requisito previo per l'ammissione. E si avverte che l'Istituto di Pedagogia rilascia i diplomi di gradi accademici «a nome proprio e per autorità del Rettor Maggiore della Pia Società di San Francesco di Sales».

Sulla serietà e rigore scientifico dell'impostazione degli studi non man­cano in questo momento voci critiche, anche all'interno dello stesso corpo docente. Don Vincenzo Sinistrero, prof, di Filosofia dell'educazione, in un pro-memoria sulla situazione dell'Istituto di Pedagogia (16.8.1948), inviato a Don Renato Ziggiotti, allora Direttore Generale degli Studi della Congregazione Salesiana, scrive: Se «fossimo visitati minutamente, con tutta benevola comprensione, da specialisti di pedagogia e docenti universitari (come p. es. Casotti, Stefanini, Calò ecc.), come sostanza di dottrina dovrebbero riconoscere una maturità degna d'ogni rispetto; ma come elaborazione concettuale e come informazione su quanto si fa nel mondo, sia scientificamente che sperimentalmente, appariremmo solo dei principianti».

Stavano maturando intanto alcune iniziative, non prive di significato. Don Carlos Leóncio rilanciò (13.5.1947) l'idea della «Collana Pedagogica Salesiana» col nome definitivo di «Collana Pedagogica Don Bosco», arti­colata in tre sezioni: Teoretico-generale, Storico-cristiana, Serie specializza­ta. Se ne iniziò la pubblicazione nel 1948 presso la SEI di Torino con il 1° volume della Pedagogia speciale pratica, intitolato L'educando di C. Leóncio. Nello stesso anno era in corso di stampa l'opera di G. Lorenzini: Psicopatologia e educazione (1949). S'iniziarono nuovi contatti con centri pedagogici stranieri e con professori universitari: Nuttin, Fauville, Planchard. Per iniziativa di Don Ricaldone, alcuni giovani salesiani (futuri docenti dell'ISP) furono inviati a Istituti specializzati.

I rapporti ad extra si dimostrarono decisivi. Però non a torto si riteneva che il futuro dell'Istituto di Pedagogia (afflusso di allievi e disponibilità di professori) era in gran misura condizionato dai rapporti ad intra con la Congregazione Salesiana. In un coraggioso Memoriale, redatto probabilmente da Don Leóncio, si metteva in luce un fatto preoccupante: gli stessi Ispettori non conoscono sufficientemente l'ISP e i vantaggi che ne possono ricavare, inviandovi studenti. In realtà, la «massa dei Salesiani» non si accorge ancora «della necessità dello studio delle scienze dell'educazione» (ASC 1).

Questa situazione e le vicende romane non potevano non riflettersi sul difficile cammino dell'Istituto di Pedagogia. Altre penose circostanze vennero ad aggiungersi: la grave malattia di Don Carlos Leóncio, che l'ob­bligò a interrompere la sua attività e a rientrare in Brasile (1952), nonché la morte di Don Pietro Ricaldone (25.11.1951). L'ISP «si trovò improvvi­samente privo di coloro che per un decennio ne furono fondatori e anima­tori e capi» (FSE 4). Così scriveva il segretario, Don Geremia Dalla Nora, il quale, riprendendo i «diari regolari» e dopo un rapido cenno alle vicende del triennio precedente (1949-51), osservava: «Sembra che l'Isti­tuto di Pedagogia subisca un travaglio di crescita veramente faticosa».

Nel 1952 Don Secondo Manione, nuovo Direttore Generale degli Studi Salesiani, intervenne «di autorità». Raccolse osservazioni e propo­ste dai professori, intese a ricostituire «su basi aggiornate l'Istituto con la speranza che prenda incremento, finalmente, per afflusso di allievi e per contributo scientifico» (FSE 4). Era questo un problema da lungo tempo sentito: «In seguito al fallimento della domanda di approvazione del 1946 si fa sempre più strada la persuasione che non bastava sviluppare il sem­plice discorso epistemologico (distinzione di filosofia e pedagogia, esi­stenza di scienze pedagogiche specifiche, ecc.); occorreva, a sostanziale integrazione, una nuova politica» (FSE 6).

Queste parole sono state scritte recentemente da Don Pietro Braido, testimone qualificato di quegli anni «travagliati», chiamato a succedere a Don Leôncio, nel 1952-53, come pro-Decano. Lo stesso Don Braido così sintetizza le linee essenziali di quella «nuova politica» o «politica dei fat­ti»: «A livello di analisi della realtà era necessario sottolineare l'enorme incidenza sociale e cristiana dei problemi dei giovani in un mondo dalle sconvolgenti trasformazioni sociali, economiche, culturali; l'insufficienza della preparazione tradizionale degli operatori religiosi e sociali; la pro­gressiva avanzata delle scienze umane. Sul piano organizzativo urgevano nuove iniziative: preparazione di personale in istituti specializzati; vasto confronto con il mondo pedagogico contemporaneo, compreso quello ispi­rato a differenti ideologie; intensificazione della produzione scientifica».

Dopo un momento di «grave crisi», l'ISP potè in tal modo continuare il cammino. Utilizzando le esperienze del primo decennio, furono elabo­rati nuovi piani, abbozzi di statuti, programmi. Pur con notevoli resistenze e riserve iniziali, trovò progressivo e largo consenso tra i docenti la pro­posta che contemplava un'armonica presenza fra la dimensione specula­tiva e quella positiva nell'impostazione degli studi. Fu superata la conce­zione che riteneva la Filosofia «parte preponderante» nella formazione del pedagogista e si affermò con chiarezza l'esigenza di una solida formazione di carattere scientifico-sperimentale.

In un momento di rinnovato slancio si parlò (13.10.1952) di voler con­siderare l'Istituto Superiore di Pedagogia «come caratteristica» del PAS. All'ISP dovevano dunque convergere «gli intenti anche delle altre Facol­tà» (FSE 4). Si trattava evidentemente ancora di un'ipotesi suggestiva, in linea con quella prospettata anni prima da Don Ricaldone.

Da Roma arrivavano però notizie poco confortanti sulla «quasi impos­sibilità, almeno per ora, di ottenere l'approvazione della Facoltà di Peda­gogia». Su proposta del Rettor Magnifico, Don E. Valentini, accolta dal Gran Cancelliere Don Renato Ziggiotti, si decise (3.10.1953) di aggregare gli alunni di Pedagogia alla Facoltà di Filosofia, creando un modus vivendi che permettesse loro «di avere un riconoscimento agli studi pedagogici».

Le difficoltà interne e l'incerto avvenire prospettato in questo periodo non scoraggiarono l'impegno di approfondimento scientifico e l'attenzione all'organizzazione pratica. I principi di filosoficità, positività e unità di orientamento presenti nel «nuovo programma» del 1953-54 trovarono una strutturazione più matura e completa (sostanzialmente definitiva nelle linee essenziali) nel Programma dei corsi e specializzazioni, progettato, con la partecipazione dei docenti, dal Preside Don Gino Corallo (1953- 54). Nell'organizzazione generale del curricolo di studi emerge un nuovo criterio: quello della distinzione. Dopo una preparazione fondamentale unitaria, gli alunni possono scegliere una specializzazione. Pur costituendo un «organismo unitario», l'Istituto Superiore di Pedagogia si articola in diverse Scuole (gruppi di discipline), chiamate a seconda dei casi Centri o Istituti. Le Scuole che si dichiarano «fondate e aperte», nel 1953, sono le seguenti: Scuola di Pedagogia Teoretica, Centro di Studi Storico-Pedagogici, Centro Didattico, Centro di Studi e Ricerche sulla Scuola Professiona­le, Istituto di Psicologia, Istituto di Teologia dell' Educazione e Catechetica. La Laurea in Pedagogia è conferita con l'aggiunta di una specializzazione relativa a una di queste Scuole.

Oltre lo svolgimento del vasto programma ordinario (corsi, esercita­zioni, seminario), i professori dell'ISP esplicano la loro attività attraverso incontri di aggiornamento, settimane di studio, convegni per professori ed educatori, direzione di scuole sperimentali, programmazione ed esecu­zione di ricerche e pubblicazioni di opere pedagogiche.

«L'Istituto - si dice nel Programma dei corsi - si mantiene anche in relazione con i principali centri internazionali di ricerca e di informazione, e procura inoltre agli Alunni un continuo contatto con la realtà viva del­l'educazione in scuole ordinarie e di applicazione, in organizzazioni giova­nili e istituti educativi di vario genere, permettendo così ai Docenti e agli Alunni di saggiare, nella concretezza dell'azione educativa, le teorie e i metodi scientificamente stabili» (p. 3).

Si tratta di un programma di ampio respiro e di notevole modernità, che vuole rispondere ai bisogni concreti di formazione dei Salesiani, ma anche «alle varie formazioni pedagogiche richieste e usate in campo inter­nazionale» (ASC 1). La sua attuazione trovò però nella pratica serie diffi­coltà. Il Preside Don G. Corallo ne mise a fuoco (8.12.1953) alcune delle più rilevanti: precarietà della situazione economica, locali insufficienti, numero di allievi ancora troppo modesto, e soprattutto l'annoso problema del personale, «assolutamente impari al bisogno». Questa realtà impedì, di fatto, l'attivazione di alcune Scuole e Specializzazioni «fondate e aper­te» solo nelle pagine del Programma. Per esempio, nell'anno accademico 1953-54 - sottolinea Don Corallo - la «Catechetica e la parte professio­nale tacciono per assoluta mancanza di professori» (ASC 1). In questo contesto va collocato il meritevole sforzo dei docenti dell'ISP di dar vita a una rivista di «Pedagogia e Psicologia dell'educazione» (1952- 54), e di cominciare - durante la presidenza di Don P. Braido (1954-55) - l'edizione della collana «Pubblicazioni dell'Istituto di Pedagogia». Col primo volume della medesima, Il sistema preventivo di Don Bosco (1955), l'autore, P. Braido, inaugurava una serie d'importanti studi storico-sistematici sul pensiero e sull'opera educativa del Fondatore della Società Salesiana. Notevole risonanza ebbe in questo momento la ricerca del prof. P.G. Grasso, Gioventù di metà secolo. Risultati di un'inchiesta sugli orien­tamenti morali e civili di 2000 studenti italiani (1954)

La serietà dell'impostazione generale dell'Istituto di Torino e l'impe­gno dei volumi pubblicati e della rivista Orientamenti Pedagogici (1954) meritarono la progressiva attenzione e la simpatia di ambienti pedagogici qualificati in Italia e all'estero. Ciononostante la mancata approvazione romana continuò a proiettare la sua ombra sul cammino dell'ISP. Esso funzionava, nel 1953, come Facoltà (species Facultatis) autonoma di Peda­gogia di diritto privato (quale era stata ufficialmente eretta da Don Rical­done nel 1941). Soprattutto per rispondere a richieste immediate (titoli con valore legale), si fece strada presso i massimi responsabili della Società Salesiana l'ipotesi di un «progetto di fusione» con la Facoltà di Filosofia. Il Decano di questa, Don V. Miano, indirizzò uno scritto (27.3.1954) al Direttore Generale degli Studi, mettendo in luce gli aspetti negativi della soluzione prospettata, la quale significava, di fatto, tornare alla precedente situazione: «un'unica Facoltà con due piani di studio»; tenendo presente lo sviluppo raggiunto dall'Istituto di Pedagogia, non avrebbe avuto senso fare tale passo indietro: «In pratica - scriveva Don Miano - i programmi attuali dell'Istituto Superiore di Pedagogia, che sono il frutto di un lungo studio e di immense discussioni, tengono conto dei due elementi, ossia della preparazione filosofica necessaria al pedago­gista e della formazione scientifico-sperimentale; è difficile togliere o aggiungere qualche cosa» (FSE 1).

La situazione dell'ISP e i suoi rapporti con la Facoltà di Filosofia furono studiati pure dal Consiglio Accademico del PAS (29.9.1954). Nel­l'attesa di ottenere il riconoscimento giuridico e vista l'impossibilità di fare contemporaneamente gli studi filosofici e pedagogici, fu deciso all'unani­mità che l'ordinamento degli studi - per gli alunni sacerdoti - fosse così disposto: laurea giuridica in filosofia pura: 3 anni; laurea privata in peda­gogia pura: 3 anni; laurea giuridica in filosofia-pedagogia: 4 anni.

Questa soluzione sembrò «eccellente» perché risolveva il problema in modo da assicurare una seria preparazione filosofica e pedagogica dei lau­reati salesiani e, allo stesso tempo, permetteva lo sviluppo e il potenzia­mento dell'Istituto di Pedagogia che era «sempre stato la pupilla del Fon­datore dell'Ateneo, il compianto Don Ricaldone» (UPS 2).

Costatando l'esistenza di «gravi perplessità circa il presente e l'avveni­re» del medesimo Istituto, i membri del citato organismo accademico decisero (1.10.1954) di rivolgersi ai Superiori della Congregazione Salesia­na, chiedendo una presa di posizione «solenne ed ufficiale» al riguardo (ASC 1).

Pochi giorni dopo (11.10.1954) il Preside dell'ISP presentava al Con­siglio di Facoltà «la richiesta dei Superiori di organizzare il curriculum degli studi per i pedagogisti diviso in quattro anni» (FSE 6).

Il nuovo ordinamento fu comunicato ufficialmente dal Consigliere Sco­lastico Generale della Società Salesiana a tutti gli Ispettori. Tra le «pos­sibilità di perfezionamento» che l'Ateneo offriva ai Salesiani, dopo aver fatto i loro studi teologici in uno studentato ordinario, Don S. Manione segnalava un «Corso triennale per la Laurea in Pedagogia, o biennale per la Licenza», e un «Corso quadriennale per la Laurea in Filosofia - Peda­gogia».

L'offerta di qualificazione pedagogica non ebbe quella accoglienza che si sarebbe potuto aspettare da parte di una «Congregazione di educatori». Le Comunicazioni del Consigliere Scolastico Generale si dimostrarono, in pratica, insufficienti per stimolare i destinatari verso scelte formative di livello universitario, vincendo riserve e inerzie di vecchia data. L'Istituto di Pedagogia, sostenuto dalla Congregazione Salesiana «con grandi sacrifi­ci, anche economici oltre che di personale», correva il rischio - osservava Don Braido, in una lettera al Gran Cancelliere, il 4.8.1955 - di rimanere una specie di «bello e inutile articolo di lusso», mentre collegi, Oratori e altre istituzioni continuavano «indisturbati la loro vita senza pratiche aspi­razioni a una elevazione del loro tono educativo» (ASC 1). L'ormai «nu­trito gruppo di professori» dell'ISP dovette costatare (7.9.1955) con ama­rezza il «continuo regresso nell'affluenza degli alunni e la cronica povertà numerica e qualitativa» dei medesimi (ASC 1). D'altra parte, non manca­vano valutazioni inadeguatamente fondate e presentazioni «poco lusin­ghiere» del lavoro svolto presso l'Istituto «Conti Rebaudengo».

Questi fatti non potevano non destare gravi preoccupazioni e perples­sità negli stessi docenti, «tentati seriamente a pensare che effettivamente (non a parole!) l'Istituto di Pedagogia non avesse una funzione né di urgenza né di necessità e nemmeno di vera e creduta utilità» (ASC 1). Per uscire da una situazione che sembrava incerta e contraddittoria, si pro­spettò l'ipotesi dell'opportunità di «smobilitare l'Istituto attuale, riportan­dolo alle primitive proporzioni» (ASC 1).

Felicemente, né il progetto di fusione né l'ipotizzato ridimensiona­mento si verificarono. Ebbe inizio, invece, una nuova «azione diplomati­ca» presso la Congregazione degli Studi per arrivare alla sistemazione giu­ridica definitiva dell'ISP. Il Consiglio Accademico (11.10.1955) propose di tentare altre vie per ottenere l'approvazione, tenendo presente l'espe­rienza dell'«Istituto di Sociologia della Gregoriana, che ottenne il ricono­scimento dei suoi titoli, senza peraltro passare al rango di Facoltà» (UPS 2). Dieci anni prima anche Don Leôncio, consigliato dal gesuita padre Barbera e da Don Ricaldone, aveva cercato, senza successo, un'analoga soluzione. Questa volta la richiesta rinnovata (maggio 1956) dal Rettor Magnifico Don Valentini, a nome dell'Ateneo Salesiano, ebbe miglior for­tuna. Nuovi fatti erano intervenuti, rendendo la situazione più favorevole. L'eco delle attività e delle opere pubblicate dai professori dell'ISP comin­ciava ad arrivare a Roma.


5. Approvazione giuridica e rilancio


La collana di pubblicazioni pedagogiche (iniziata nel 1955) continuava ad arricchirsi con ritmo crescente. Tra i corsi e incontri d'integrazione e aggiornamento organizzati ebbe particolare successo e risonanza il «Corso di Pedagogia per il Clero» (1955). L'iniziativa, vivamente raccomandata, tra gli altri, dall'Arcivescovo di Torino Card. Fossati (1954), fu accolta con favore dalla Congregazione dei Seminari, che autorizzò, con lettera del 1° giugno 1956, le autorità del PAS a rilasciare ai partecipanti un «Diploma di Pedagogia e Catechetica». Nella lettera, firmata dal Card. Pizzardo e da Mons. Confalonieri, si esprimevano vive congratulazioni per i volumi pubblicati nell'ultimo anno, i quali venivano ad accrescere «note­volmente i contributi scientifici ed informativi che la Facoltà Filosofica dell'Ateneo Salesiano, nella sua ormai celebre sezione di Pedagogia, reca agli studiosi cattolici dei problemi dell'educazione e della scuola».

Precisamente in questa occasione il Prefetto e il Segretario della Con­gregazione dei Seminari e delle Università degli Studi manifestarono per la prima volta l'intenzione di «riconoscere, a norma del Can. 1376 C.I.C., gli studi di scienze pedagogiche» (FSE 2). E un mese più tardi, il 4 luglio 1956, il Rettor Magnifico, Don Eugenio Valentini, riceveva il Decreto con cui la citata S. Congregazione erigeva, «in seno alla Facoltà di Filosofia del Pontificio Ateneo Salesiano, l'Istituto Superiore di Pedagogia conce­dendogli il diritto di conferire gradi accademici in "Filosofia-Pedagogia"». Nello scritto di presentazione si affermava: «Grande è la soddisfazione di questo Sacro Dicastero nel dare piena realizzazione alle nobili aspirazioni che da anni ci venivano manifestando sia i Superiori Maggiori della sullodata Società Salesiana sia le Autorità accademiche dell'Ateneo suddetto. La recente collezione dell'Istituto Superiore di Pedagogia dovuta alla eru­dita competenza dei Revv. Proff. Braido (voll. 1 e 2), G. Dalla Nora, R. Titone e la Rivista Orientamenti Pedagogici costituiscono la più elo­quente promessa da parte dell'Istituto medesimo». Il Decreto di erezione porta la data del 2 luglio 1956. La «politica dei fatti» aveva conseguito finalmente un suo importante obiettivo.

L'approvazione dell'ISP da parte del Dicastero vaticano responsabile dell'organizzazione scolastico-educativa nell'ambito della Chiesa Cattolica sanzionava autorevolmente «il principio, secondo cui uno studio solido e rigoroso delle scienze dell'educazione esige un tale complesso di ricerche teoretiche, positive, storiche e tecniche, da giustificare l'organizzazione di un complesso curriculum studiorum altamente qualificato, a livello universitario».

L'ardito disegno di creare «la prima Facoltà Pontificia di Pedagogia» cominciava a prendere corpo. Don Enzo Giammancheri, presentando ai lettori di «Scuola Italiana Moderna» (1957) il Centro fondato dai Salesiani a Torino, intitolava il suo intervento così: La prima Facoltà di Pedagogia è sorta in Italia nel nome di Don Bosco.

Dovevano passare però ancora molti anni prima che il titolo di «Facol­tà» fosse conferito ufficialmente. In questo momento c'interessa unica­mente cercare di conoscere come si configurava di fatto l'Istituto Supe­riore di Pedagogia.

Nella prima adunanza del «Consiglio di Facoltà» (27.9.1956) tenuta dopo l'erezione canonica, fu posta la questione dello «stato giuridico del­l'ISP nel PAS in generale e riguardo alla Facoltà di Filosofia in particola­re». Il Rettore Don E. Valentini, presente alla riunione, rispose senz'am­biguità: «L'ISP si regge da solo, non è sottomesso a nessuna Facoltà. Il Preside si riferirà direttamente al Magnifico. Nessuna sorveglianza o ispe­zione potrà effettuarsi da parte della Facoltà di Filosofia. Sui documenti stessi figurerà solo il nome del Magnifico e del Preside» (FSE 6).

Gli Statuti approvati nel 1956 riflettono la struttura saldamente unitaria e organica che conosciamo (1952-1953). Nell'organizzazione generale dei corsi e delle specializzazioni si avvertono lievi ritocchi: si parla solo di cin­que Scuole o Sezioni minori; non appare il Centro di studi e ricerche sulla scuola professionale (probabilmente anche per evitare il rischio di fare un doppione del Centro didattico); l'Istituto di Teologia dell'educazione e di Catechetica è chiamato semplicemente Istituto di Catechetica.

Nella formulazione dei fini si ripropongono, in una breve sintesi più articolata, le mete e aspirazioni fondamentali, ancora con qualche sotto­lineatura «apologetica» non infrequente nel momento storico: 1) appro­fondire, diffondere e sostenere (= illustrare, tradere ac defendere) la peda­gogia cristiana, nel solco e nell'ispirazione del sistema preventivo di Don Bosco; 2) promuovere, attraverso la ricerca, il progresso delle scienze pedagogiche, secondo le indicazioni (= ad mentem) dei documenti dei Sommi Pontefici; 3) formare docenti di scienze pedagogiche negli atenei e nei seminari (art. 2).

L'ultimo comma va letto tenendo presente ciò che si dice poi (art. 6) sui destinatari: sono ammessi come alunni ordinari solamente sacerdoti, secolari o religiosi (tantum Sacerdotes sive saeculares sive regulares). Non si parla dunque di eventuali alunni laici. Uno dei temi che aveva fatto difficoltà negli ambienti della Congregazione degli Studi. Ma, d'altra par­te, non c'è neppure un riferimento privilegiato ai membri della Società Salesiana come invece avveniva negli Statuti del 1945: ivi infatti nell'art. 3 si diceva: Quae Facultas in illud summopere contendit ut praesertim Salesiani Alumni in scientia paedagogica praecellentiores efficiantur.

Il governo immediato dell'ISP (art. 5) è affidato al Preside (non prende più quindi il nome di Decano) e al suo consiglio, integrato dal Vice-Preside e dai Direttori delle diverse scuole o sezioni. Può forse essere inte­ressante, da una prospettiva attuale, fare anche un rapido cenno al Progetto di Statuti e Regolamenti per una futura Facoltà di Pedagogia compilato da Don G. Corallo, alla cui stesura definitiva e concordata si giunse dopo diversi incontri dei docenti dell'ISP (23.5.1953). In tale Progetto si contemplano altri due organismi di partecipazione: il Collegio dei profes­sori e l'Assemblea generale (FSE 3).

Il Collegio dei professori è un organo consultivo che può avere, in via straordinaria, «autorità deliberativa». Si raduna almeno due volte l'anno ed esercita la sua «funzione ordinaria per mezzo di discussioni regolate dal Preside» e la «funzione straordinaria deliberativa per mezzo di votazioni».

L'Assemblea generale invece è costituita da tutti i professori e da tutti gli allievi iscritti regolarmente. Essa però non ha «mai autorità delibera­tiva». I suoi scopi sono: comunicare agli alunni le direttive generali, infor­marli sull'organizzazione accademica, affrontare determinati argomenti suggeriti dai professori, e sentire «i pareri e le eventuali osservazioni» degli stessi allievi sui diversi problemi di carattere scolastico. Viene con­vocata dal Preside, in via ordinaria, due volte all'anno. Ogni Assemblea generale va preceduta da un'Adunanza preparatoria di classe, diretta dal professore responsabile del corso. I temi discussi e concordati in tale sede sono presentati nell'Assemblea da un relatore, eletto dai membri della relativa classe.

Le indicazioni appena accennate sembrano riecheggiare istanze ed esperienze del movimento «attivista» d'influsso americano. Don Corallo (che aveva studiato il pensiero di J. Dewey e le realizzazioni della scuola «progressiva» durante il suo soggiorno in USA) presenta l'Assemblea generale (28.10.1953) come uno strumento di «mutua intesa e anche come mezzo educativo» e aggiunge: «La realizzazione di una collaborazione tra il corpo dirigente e gli allievi è lo scopo che si propongono le varie forme, più o meno indovinate, dell'"autogoverno"» (FSE 4).

Queste due forme di partecipazione non furono codificate nel testo degli Statuti del 1956. Di fatto però il Collegio dei professori (che contava ormai su una consolidata tradizione nell'ISP) continuò a funzionare rego­larmente. L'Assemblea generale costituì in qualche momento un luogo di fecondi incontri e scambi di vedute tra docenti e studenti. Non è priva di significato, per es., questa notazione che troviamo nella relazione degli studenti del 3° Corso (29.5.1954). Sottolineandone l'opportunità e l'inte­resse, essi fanno propria una proposta del «Preside della Facoltà di Peda­gogia, con la quale si suggerisce la erezione, in seno a questa Facoltà, di un centro di studi, il cui scopo sia lo studio scientifico-storico del pensiero educativo di D. Bosco» (FSE 4). Anche dopo la presidenza di Don Coral­lo, si trovano ancora riferimenti espliciti (2.10.1954) alla celebrazione di assemblee generali.

Per quanto riguarda i contenuti appare con chiarezza negli Statuti un fatto: il Curriculum studiorum presenta una più consistente accentuazione positiva. Soprattutto in questo punto è illustrativo un semplice e rapido paragone tra il quadro di discipline elencate nei primi Statuti elaborati per la richiesta di approvazione (1945) e quello offerto dagli Statuti approvati dalla Santa Sede (1956).

Nel 1945 appare, tra le discipline auxiliares, la Psychologia experimentalis (2 ore settimanali per 1 anno); e, tra i corsi peculiares, la Metodologia specialis pro puerorum aestimatione (1 ora settimanale per 1 seme­stre). Nel 1956 invece sono elencate tra le discipline praecipuae: Metodo­logia inquisitionis experimentalis; Statistica et tests (6 ore settimanali per 1 semestre); Introductio in Psychologiam experimentalem generalem (3 ore settimanali per 1 semestre); e inoltre, tra le materie speciales: Exercitia practica inquisitionis positivae psychopaedagogiae (offerta anche nell'am­bito della specializzazione di pedagogia teoretica), Laboratorium psychologiae, Schola experimentalis catecheseos practicae.

Un primo e importante elemento di spiegazione di quest'accresciuta sottolineatura scientifico-sperimentale si può trovare certamente nella pre­senza all'ISP (dal 1952) di docenti (L. Calonghi, P.G. Grasso) formati a Lovanio, nella scuola di R. Buyse. Ma bisogna notare che già nei primi documenti presentati alla S. Congregazione degli Studi sono denunciati certi pregiudizi d'ordine filosofico, ispirati «all'idealismo che identifica Pedagogia con Filosofia». E negli stessi Statuti del 1945, dopo aver sotto­lineato il posto centrale che spetta ad una sintesi scientifica della pedago­gia cristiana, si aggiunge: Ad cuius synthesis normam, simulque iuxta scientiarum positivarum probatas conclusiones, ars quoque adscribitur pro praxi educationis christianae, ratione etiam habita experientiae historicae.

In questi anni (1952-55) nell'ambiente pedagogico italiano d'ispira­zione laica vedevano la luce le prime pubblicazioni sulla sperimentazione in pedagogia.

Sono tutti elementi che vanno tenuti presenti. Ma va anche notato subito che l'attenzione dedicata nell'ISP alla dimensione sperimentale non voleva significare un indebolimento del robusto corpo di materie teoreti­che (di carattere filosofico, teologico, storico).

L'impostazione schiettamente teoretico-positiva dell'ISP era frutto di lunghi anni di esperienza, di approfonditi studi sulla natura e le articola­zioni del sapere pedagogico, di una vigile apertura alle correnti culturali più aggiornate, di una chiara consapevolezza della ricca e complessa realtà del fatto educativo e del soggetto da educare in un contesto storico cultu­rale concreto.

Ovviamente, una volta elaborati i programmi e gli statuti e ricevuto l'auspicato decreto di erezione canonica, molti problemi rimanevano ancora aperti: completamento del corpo dei professori, mancanza di per­sonale ausiliario e di attrezzature adeguate, numero sempre ridotto di stu­denti (anche se qualificato sotto il profilo dell'internazionalità). Inoltre si doveva costatare l'opposizione e le riserve di alcuni docenti di fronte a determinate scelte metodologiche o di «nuovi indirizzi» nell'impostazione generale.

Nel contesto italiano contemporaneo era tutt'altro che isolata la voce di chi preferiva, alla stregua di P. Gemelli, una «psicologia qualitativa» di contro ad una «psicologia quantitativa» d'ispirazione lovaniense (ASC 1). E più in generale non erano infrequenti negli ambienti cattolici degli anni '50 atteggiamenti di diffidenza, se non di rifiuto, dello «sperimentalismo» americano in contrasto con una cosiddetta concezione «spiritualista» della Pedagogia.

Ma i problemi dell'Istituto Superiore di Pedagogia presentavano altri risvolti peculiari, derivati in parte dalla natura stessa dell'Istituzione (la Congregazione Salesiana) che gli aveva dato vita: punti di contatto e pos­sibili interferenze tra la sfera «religiosa» e quella «accademica»; rapporti delle diverse autorità tra loro e nei confronti dei sudditi (religiosi-salesiani-professori) in una struttura universitaria; una non sempre facile armonizzazione tra le iniziative personali e le esigenze di programmazione comune delle attività scientifiche e d'insegnamento; dimensioni dello spa­zio da dare nel programma allo studio della «pedagogia salesiana» e del sistema preventivo di Don Bosco; reticenze nei riguardi di una schietta apertura dei corsi accademici ad alunni esterni non salesiani.

Le testimonianze conservate nell'Archivio Salesiano Centrale (Roma) documentano la «storia» di questo periodo (1956-1958) ricco di tensioni (normali se si vuole in un organismo in sviluppo), ma troppo vicino forse per poterlo ricostruire con sufficiente prospettiva (individuandone fer­menti fecondi, accentuazioni eccessive, errori di visuale, malintesi infon­dati, lacune, conclusioni affrettate).

Un fatto però sembra emergere con chiarezza dalla prima lettura di gran parte della documentazione: gli uomini più impegnati dell'ISP, con l'appoggio delle autorità religiose e accademiche, specialmente del Rettore Don E. Valentini, adottarono realisticamente anche in questo momento la «politica dei fatti».

In questi anni fu portata a termine la revisione e integrazione della tra­duzione italiana del Lexikon der Pädagogik (Herder), pubblicata in quat­tro grossi volumi nel 1959. Furono pure preparate nuove edizioni di Educare. Sommario di scienze pedagogiche (Ia ed. 1956), che ebbe ampia diffusione, divenendo un manuale «classico» tra gli studenti di scienze del­l'educazione (il primo volume della traduzione spagnola è stato ristampato nel 1982). La pubblicazione Tests ed esperimenti (1956) di L. Calonghi fu seguita da una vivace attività sperimentale nel campo dell'educazione e della scuola. Si moltiplicarono anche gli incontri e i corsi di aggiornamento pedagogico-didattico-catechistico. Tra i più importanti: quello di Alba (1956), di Lanzo (1956), di Roma (1956, 1957), di Napoli (1957), di Catania (1957).


6. «Il tempo del completamento»


Intanto era stata presa definitivamente la decisione di trasferire il Pontificio Ateneo Salesiano a Roma. Già da alcuni anni si stava pensando a una sede apposita, che potesse riunire tutte le Facoltà del PAS. Nel mese di gennaio 1955, il Rettor Maggiore e Gran Cancelliere Don Renato Ziggiotti annunciava finalmente, attraverso le pagine del Bollettino Salesiano, che si stava per iniziare «un'opera importante per la vita della Società Salesiana»: la costruzione «d'un fabbricato per 500 persone, con tutto il fabbisogno d'una Università di Studi». E aggiungeva: Dobbiamo «fondarlo a Roma affinché ai nostri confratelli sia dato di vivere accanto al Sommo Pontefice, nel cuore della Cristianità, e di assistere ai grandi avvenimenti della vita della Chiesa».

Prima di leggere queste affermazioni, il Preside e un gruppo di docenti dell'ISP (21.9.1954) si erano dichiarati favorevoli a una «soluzione torinese» per ciò che riguardava la sistemazione definitiva della futura Facoltà di Pedagogia. Essi erano dell'avviso che, data la peculiare fisionomia dell'ISP, la permanenza a Torino («centro della pedagogia salesiana, più strettamente legato alla tradizione educativa di Don Bosco») presentava aspetti più vantaggiosi, sia per l'esplicazione delle attività in corso, sia per lo sviluppo di nuove iniziative. Alcune difficoltà e obiezioni che si potevano muovere a questa soluzione (leggero aumento di personale, rischio di staccarsi troppo dall'Ateneo) e altre eventuali considerazioni ebbero un peso determinante nella decisione dei Superiori Maggiori. E così nell'au­tunno del 1958 l'Istituto Superiore lasciò la sede dell'Istituto «Conti Rebaudengo», stabilendosi provvisoriamente, assieme alle Facoltà di Filosofia e di Diritto Canonico, presso l'Istituto Salesiano di Via Marsala 42, a Roma.

Prima di lasciare la sede torinese, Don Vincenzo Sinistrero, chiamato inaspettatamente a succedere a Don Pietro Braido come Preside (1957), aveva abbozzato un «programma quinquennale di lavoro» (15.4.1958) per rispondere all'«improrogabile completamento dell'ISP» (ASC 1).

Nel suo vivace scritto, Don Sinistrero accenna, con qualche puntata polemica, all'insegnamento dell'esperienza. A suo parere, la scelta non sempre felice dei professori e la «scarsità quantitativa e qualitativa degli alunni» hanno «fatto sì che il dispendio di denaro e d'energie abbia dato in 18 anni un rendimento inferiore a quanto si sarebbe potuto consegui­re». Pertanto - conclude Don Sinistrero - dopo il tempo dell'«avviamento dell'ISP» (1941-1952) e della sua «costituzione ed affermazione» (1953-1957), occorre impegnarsi perché il quinquennio 1959-1963 sia «il tempo del completamento» (ASC 1).

Nel programma quinquennale sono fissati gli «obiettivi sicuramente realizzabili»: 1) elaborazione di un solido e unitario corpo di dottrina pedagogica; 2) completamento del quadro dei docenti; 3) durata triennale degli studi; 4) numero sufficiente di alunni; 5) incremento della produzione scientifica e dell'attività editoriale.

All'inizio del corso accademico 1958-1959 lo stesso Preside Don Vincenzo Sinistrero poteva comunicare ai colleghi: «Il collegio dei professori è completato con l'inserzione dei nuovi professori. Il gruppo più forte dei professori è ben formato, va avanti col lavoro» (FSE 4). Ma non tutti gli obiettivi proposti si dimostrarono così realizzabili come aveva ipotizzato l'estensore. Altri punti del programma furono poi integrati dalle iniziative portate avanti durante il nuovo mandato di Don Pietro Braido (1959- 1966). Pur con queste precisazioni, non sembra eccessivo dire che il periodo romano nella sede provvisoria di Via Marsala (1958-1965) costituì veramente un significativo «tempo di completamento» dell'Istituto Superiore di Pedagogia.

Per formarci una prima idea della «situazione generale» può essere utile riportare una testimonianza ancora di Don Sinistrerò, tratta questa volta da una sua lettera indirizzata al Gran Cancelliere Don Renato Ziggiotti: «Superata in base alle sole Sue decisioni la crisi annosa venuta lo scorso anno a maturazione, siamo oggi tutti quanti intenti a un lavoro concorde in tutto e per tutto e sereno, ma niente affatto "regolare", in quanto il lavoro è invece eccezionale ed anche eccessivo».

Sono messi in luce nel brano trascritto due tratti che caratterizzano chiaramente la tappa che si sta cercando d'illustrare. Superato quel sofferto periodo di tensioni e di contrasti a cui si è accennato sopra, si avverte ormai un clima di maggior intesa e collaborazione tra i docenti, che costituisce la cornice di un lavoro «eccezionale».

Va ricordata per prima cosa l'opera di revisione degli Statuti dopo il primo triennio di esperimento. In sede di Consiglio di Facoltà (10.3.1959) era stato deciso «di cambiare il meno possibile». Ciononostante, una rapida scorsa al testo del 1956 e a quello del 1959, approvato provvisoriamente nel 1961 e definitivamente nel 1965, è sufficiente per rilevare punti non privi di significato, soprattutto se si tiene presente la documentazione elaborata dalla Commissione per lo studio degli Statuti, formata dai proff. Braido, Csonka, Gianola, Gutiérrez, Titone, Sinistrero.

Nella formulazione dei fini dell'ISP si osserva (1965) una variante di un certo rilievo: è stato depennato il riferimento a Don Bosco e al «sistema preventivo». In linea poi con questo cambiamento, il corso De systemate praeventivo non viene più presentato tra le disciplinae auxiliares obbligatorie per tutti (come nel 1956), ma unicamente tra le disciplinae speciales dell'area di specializzazione in Methodologia paedagogica.

Quest'orientamento, che si potrebbe chiamare, in certo senso, meno «confessionale», è più evidente nella stesura dell'art. 6, nel quale si legge che possono essere auditores ordinarli i chierici e i laici. Da un'attenzione privilegiata per gli studenti salesiani (1945) si è passati, in un secondo momento (1956), alla considerazione centrale dei sacerdoti, tanto religiosi come secolari, e finalmente all'apertura ai laici, già proposta nel progetto del 1959.

Non si tratta, a mio avviso, di semplici ritocchi formali. L'esperienza positiva dei corsi organizzati con successo anche per persone non appartenenti alla Società di San Francesco di Sales e la progressiva presa di coscienza della responsabilità dell'ISP nei confronti della Chiesa e della società civile ebbero probabilmente il loro peso nella nuova stesura degli articoli degli Statuti riguardanti i fini e i destinatari. Senza dimenticare che, di fatto, «l'affluenza degli allievi salesiani» in alcuni momenti potè essere definita «irrisoria» (ASC 1).

Nella presentazione della Struttura organica dell'Istituto emergono pure elementi significativi. La stessa terminologia adoperata presenta sfumature interessanti. Il termine Scholae (1956) venne sostituito da quello di Sectiones «specializations» o Instituta (1965). Quest'ultimo titolo prevalse definitivamente, nonostante certe resistenze iniziali da parte della Congre­gazione degli Studi. Il termine Istituto fu preferito dai docenti dell'ISP perché «più usato nelle università statali» (FSE 4) e nella legislazione accademica civile. La Schola Paedagogiae theoreticae (1956) ricevette, già nella stesura del 1959, la denominazione di Institutum Methodologicae Paedagogicae. Nel 1965 si creò pure la Sectio sociologica. In questo modo venivano «fondati e aperti», almeno nel testo statutario, tutti gli istituti che dovevano costituire la struttura portante dell'attività scientifica e didattica dell'ISP. Essi cominciarono a configurarsi progressivamente come centri di ricerca. Nel Consiglio di Facoltà (6.10.1960) «si insiste» infatti «sul principio che le ricerche vengano svolte nell'ambito degli isti­tuti particolari» (FSE 6).

L'organizzazione più funzionale ed efficiente dei medesimi Istituti costituì, di fatto, un momento importante per confermare la peculiare fisionomia - unitaria e complessa - dell'Istituto Superiore di Pedagogia. Nella tappa precedente si è fatto riferimento all'Istituto di Psicologia e al suo orientamento «in funzione della Facoltà di Pedagogia». Nel 1958 fu sentita l'urgenza di organizzare finalmente quello di Catechetica. Il Consiglio di Facoltà (14.1.1958) affrontò prima di tutto una questione pregiudiziale: se tale Istituto cioè doveva rimanere necessariamente legato all'ISP, o no. Il Rettore del PAS, rifacendosi all'ispirazione fondazionale, rispose senz'esitazione che l'Istituto di Catechetica doveva far parte dell'ISP: «Il suo posto - ribadì Don Eugenio Valentini - è esattamente nella Facoltà di Pedagogia» (FSE 7). I consiglieri si trovarono d'accordo su questa tesi del Rettor Magnifico e insistettero perché l'Istituto di Catechetica fosse organizzato per gli scopi richiesti dall'ISP, prevalentemente «per quello scientifico».

Nell'impostazione generale del Curriculum fu accolta negli Statuti (1965) la richiesta ripetutamente fatta dai docenti, cioè la durata quadriennale degli studi (triennale per la licenza). Riguardo alle diverse materie che lo costituiscono, si avverte un chiaro e riuscito sforzo per «adottare una terminologia più coerente ed uniforme» (FSE 8). Precisamente la citata Commissione per lo studio degli Statuti decise (30.5.1959) d'iniziare i suoi lavori, stabilendo «prima il nome dei singoli corsi in modo che ne risulti una linea unica e che esprimano inequivocabilmente il contenuto» (FSE 8). Il lavoro non si esaurì, evidentemente, in semplici questioni di nomi. Le scelte fatte rispecchiano una precisa opzione epistemologica. Per es., dopo aver discusso ed accettato i titoli dei corsi metodologici fondamentali (Metodologia pedagogica, Metodologia catechetica, Metodologia didattica), i membri della Commissione di studio aggiungono: «Con ciò viene confermato il concetto che la Didattica è la metodologia dell'educazione intellettuale; la Catechetica è la metodologia dell'educazione religiosa» (FSE 8).

Sarà appunto questa maggiore sottolineatura metodologico-pedagogica il tratto forse più caratteristico del progetto del 1959 e degli Statuti del 1965. Al di là della lettera o delle formule codificate si riscontra chiaramente nel periodo 1959-1965 una rinnovata attenzione, da parte dei docenti dell'ISP, alla problematica appena accennata. «L'Istituto Superiore di Pedagogia - afferma il Preside Don Braido in un suo "discorso programmatico" (6.10.1960) - è una istituzione pedagogica; i corsi principali e centrali sono perciò quelli metodologici. Tutti i professori devono tener presente questo fatto. Le altre materie devono rimanere nel proprio campo specifico e le facili applicazioni pedagogiche sono da disapprovare» (FSE 4).

Il tema suggerito nelle ultime righe riportate non era completamente nuovo. Alcuni anni prima (13.10.1952) lo stesso Don Braido, allora pro-Decano, precisava che l'orientamento pedagogico delle «altre materie» non significava «dar suggerimenti pratici». Anzi i professori erano tenuti a «fare una buona biologia, psicologia, esclusivamente, ma preferendo quei settori, quegli orientamenti che interessano il pedagogista in quanto tale» (FSE 8).

Negli anni '60 si approfondisce il discorso pedagogico e viene messo un particolare accento sul «compito speciale» che il «gruppo metodologico dei professori» ha nell'Istituto Superiore di Pedagogia. In tale contesto va collocata la decisione «quasi unanime» (5.2.1962) di dare al tesario per l'esame di licenza «un orientamento nettamente metodologico-didattico: concepire cioè le singole tesi (non molte, 20-30) come delle vere sintesi metodologiche, inglobanti però tutte le nozioni essenziali ricavate dai vari tipi di sapere che le condizionano (teologia e filosofia dell'educazione, psicologia, sociologia, ecc.)» (FSE 4).

È vero che né a livello di Statuti, né a livello di prassi organizzativa concreta, fu negata l'importanza delle diverse specializzazioni, considerate ormai (27.6.1959) come un fatto che «tocca l'essenza della struttura dell'ISP» (FSE 6). Fatta questa precisazione, bisogna però aggiungere che durante il periodo vissuto in Via Marsala fu particolarmente presente la preoccupazione di garantire a tutti gli studenti un serio «curricolo generale», integrato da «tutte le discipline ritenute formalmente pedagogiche e assolutamente necessarie come fondamenti per la soluzione sul piano scientifico del problema dell'educare nella sua accezione propria e comprensiva» (FSE 8).

Evidentemente, questa preoccupazione non scaturiva solo da semplici premesse di carattere teoretico. Essa voleva rispondere anche ad esigenze pratiche, sentite «soprattutto negli ambienti ecclesiastici», di avere «pedagogisti seriamente preparati attraverso una solida formazione-base generale» (FSE 8).

La specializzazione, nel piano delineato da Don Braido (1959), viene concepita come «preparazione del pedagogista con scopi determinati, entro l'ambito della funzione educativa; non mira alla formazione dello psicologo puro o dello storico puro, ma del metodologo, dello storico, dello psicologo, del didatta e del catecheta in "missione" educativa» (FSE 8).

Quest'impostazione, condivisa dai docenti dell'ISP, ispirò l'organizzazione del curricolo, la revisione dei corsi e dei programmi e il primo abbozzo (2.6.1965) della Ratio Studiorum, il cui bisogno si era sentito fin dal 1956.

L'applicazione degli orientamenti generali non sempre riuscì a tradursi in forme e formule soddisfacenti nella situazione didattica concreta. Le esigenze di «competenza specifica» in un determinato settore di specializzazione trovarono difficile armonizzazione con la richiesta di dover assimilare un robusto corpo di materie pedagogiche comuni. Gli studenti manifestarono il proprio disagio.

Con lo scopo di affrontare questi ed altri problemi fu ripresa, allora, sebbene non in forma sistematica, la prassi delle «assemblee generali». «Per la prima volta» - scrive il segretario di Facoltà Don G. Groppo il 5.2.1963 - «Professori ed alunni si riuniscono insieme, per trattare problemi comuni riguardanti i corsi, i programmi». L'incontro avvenne «in un'atmosfera di grande libertà e cordialità» (FSE 1).

Le nuove istanze culturali fatte proprie dal Concilio Vaticano II trova­rono eco favorevole nell'ISP. Si cominciò a parlare precisamente di sti­molare il «dialogo con il Collegio dei Professori, creando per gli alunni organi ufficiali di rappresentanza». La proposta, ampiamente discussa (10.10.1964), fu accolta con alcune precisazioni: 1) la rappresentanza ne abbia due per ogni «raggruppamento»; 2) siano delimitate le aree d'incon­tro, «essendo assai limitato il margine del "discutibile"»; 3) vi sia una rap­presentanza di professori con i quali «normalmente si discute» (FSE 7).

Malgrado le riserve e i timori che le sfumate e timide conclusioni del Collegio dei Professori lasciano intravedere, sembra giusto sottolineare la validità della proposta d'incrementare la «collaborazione tra corpo docente e gli alunni» (FSE 7). Anche all'interno del gruppo dei professori si cominciò a sentire la necessità di una maggior «collegialità» nelle decisioni e iniziative comuni.

Lo sforzo di «completamento» dell'organizzazione generale e l'attenzione alla vita interna dell'ISP con la partecipazione delle diverse componenti non interruppero il lavoro di produzione scientifica e le iniziative editoriali. Ho già citato alcune delle opere, la cui preparazione cominciò nell'ultimo periodo torinese.

Nel primo periodo romano si allargò il campo della ricerca nei diversi settori delle scienze pedagogiche: filosofia dell'educazione (prof. Braido), storia (proff. Bellerate, Simoncelli), biologia (prof. Spano), psicologia e orientamento professionale (proff. Gutiérrez, Lutte, Ronco, Sarti), sociologia (prof. Grasso), metodologia pedagogica (proff. Dho, Gianola), didattica (proff. Calonghi, Sinistrero, Titone), catechetica (proff. Csonka, Groppo, Negri).

I risultati più apprezzabili videro la luce in «Orientamenti Pedagogici» e in importanti monografie. Nella bibliografia curata dal collega Ubaldo Gianetto per questo volume si possono trovare autori e titoli di volumi. Basta ricordare qui due collane di particolare rilievo. Anzitutto l'Enciclopedia sistematica di scienze dell'educazione, cioè una serie di volumi che dovevano «esprimere gli orientamenti dell'ISP nei vari problemi della Pedagogia e delle scienze ausiliari». Progettata nel 1961, essa costituì «l'iniziativa fondamentale nel campo editoriale dell'ISP» (FSE 4). In una prospettiva complementare, fu pianificata (1962) la collana Quaderni di Orientamenti Pedagogici, che doveva «accogliere articoli su di uno stesso argomento anche brevi, ma valide presentazioni o trattazioni di problemi pedagogici, ad alto livello di divulgazione» (FSE 7).

L'impegno di diffusione culturale percorse altre vie feconde. Si decise (23.5.1962) di riprendere il Corso di specializzazione in psicologia, sperimentato già con successo nella sede di Torino. Nell'anno accademico 1961-1962 entrò inoltre in funzione il Centro di Consulenza Psico-pedagogica, diretto dai proff. G. Dho e M. Gutiérrez, con particolare attenzione ai problemi dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. Fu organizzato un Corso annuale per educatori degli ecclesiastici (1963) e un Corso biennale estivo di Pedagogia catechetica (1965), «accolto con entusiasmo dalla S. Congregazione degli Studi e dalla S. Congregazione del Concilio» (FSE 7). E ci furono ancora altre iniziative: congresso per i professori di pedagogia, psicologia e catechetica nei seminari italiani (Roma 1960); giornate di studio sul «sistema preventivo» per i Salesiani (Roma 1960); convegni di aggiornamento pedagogico per le Figlie di Maria Ausiliatrice (Torino 1961) per i Rettori dei seminari italiani (Rocca di Papa 1961), nonché per i professori dei seminari minori veneti (Padova 1962)...

Tutte queste attività ed iniziative riscossero non pochi consensi. Anche nell'ambito della Congregazione Salesiana si potevano percepire, in questi anni, nuovi «segnali» positivi. A richiesta del Consigliere Scolastico Generale Don Archimede Pianazzi, fu elaborato il Progetto di una «filiale» [o sezione distaccata] dell'ISP in Spagna (ASC 1). Discussa in Consiglio di Facoltà (1.2.1964), la proposta fu accolta con la «condizione impreteribile» che il Superiore procurasse l'attrezzatura e il personale necessario sia per la sede romana sia per quella spagnola.

Il nuovo Centro, che avrebbe dovuto - secondo il Progetto - garan­tire la «"presenza" salesiana nel mondo pedagogico ispano-latino», rimase inattuato. Ciò non toglie però significato alla richiesta avanzata dal Direttore Generale degli Studi Salesiani. Tale richiesta significava un atto di fiducia nei confronti dell'ISP. Infatti Don Pianazzi, parlando ai membri del Collegio dei Professori alcuni mesi dopo (14.4.1964), si congratula con loro «per il lavoro di questi anni e degli anni passati; ed intende esprimere questo ringraziamento a nome di tutti i Superiori Maggiori: l'ISP è considerato come la pattuglia di punta dell'Ateneo Salesiano» (FSE 4). Certo, non erano scomparse completamente diffidenze e riserve. Qualcuno si lamentava ancora «presso i Superiori» di un cosiddetto «naturalismo» - mai ben definito né documentato - che si riscontrerebbe in taluni insegnamenti impartiti nell'Istituto di Pedagogia. Don Pianazzi allude a ciò schiettamente invitando i docenti ad evitare «ogni squilibrio», nel loro lavoro, «tra la parte dovuta alla natura e quella propria della soprannatura», ma egli stesso aggiunge immediatamente: «Io sono completamente con voi: so che avete in mano una scienza che si svolge secondo certi criteri e metodi». Determinate critiche possono essere semplicemente «un segno della mancata formazione» di quelli che le formulano (FSE 7).

I problemi particolari dell'ISP dovevano trovare senz'altro una più giusta dimensione in un contesto culturale più ampio. L'intervento del Consigliere Scolastico Generale dei Salesiani s'inseriva nel nuovo clima conciliare, particolarmente sensibile al valore e all'autonomia delle realtà terrene, all'importanza delle scienze umane e alle esigenze di metodo proprie di ogni disciplina.

Precisamente in questo clima ebbe luogo il Capitolo Generale XIX della Società Salesiana (1965), a cui presero parte, in veste di periti, i proff. Braido, Calonghi, Csonka, Dho, Gianola, Grasso, Gutiérrez, Sinistrero. L'invito ufficiale a partecipare ai lavori dei capitolari era stato definito dalle Autorità accademiche dell'ISP (10.2.1965) un fatto d'«importanza storica» (FSE 7). E probabilmente non si trattava di una semplice affermazione retorica. Si può capire lo spessore dell'espressione usata se si tengono presenti i momenti di laborioso dialogo o di silenzi prolungati che scandirono alcune tappe della precedente storia dell'ISP. Due anni dopo l'erezione canonica di questo (29.10.1958), Don V. Sinistrero - allora Preside - affermava: «Da parte dei Superiori non si è avuta finora la dovuta approvazione. Non si sa con chiarezza perciò quale sia il loro giudizio» (FSE 4). Nel 1965, in clima di «aggiornamento», la situazione era sensibilmente cambiata. Il supremo organo legislativo della Società Salesiana diede un autorevole riconoscimento all'istituzione voluta da Don Pietro Ricaldone e «completata» in lunghi anni d'impegno. I membri del Capitolo Generale XIX parlarono, a diverse riprese, del «nostro Istituto Superiore di Pedagogia», della necessità di valorizzarlo e di collaborare con esso. Nelle Deliberazioni riguardanti «l'apostolato tra gli insegnanti non salesiani», leggiamo: «Poiché il PAS, specialmente l'Istituto Superiore di Pedagogia, porta nel campo della scuola un fattivo contributo, si sostenga e si sviluppi tale attività, vi si indirizzino Salesiani per prepararli ad assumere le opportune iniziative tra gli insegnanti di ogni grado e i Laici insegnanti per una qualificazione in senso professionale e religioso».

Quando queste decisioni furono pubblicate negli Atti del Consiglio Superiore (1966) l'ISP era stato ormai trasferito nella sede definitiva di Via Cocco Ortu, 45 (oggi Piazza dell'Ateneo Salesiano, 1).

Prima di lasciare la sede provvisoria di Via Marsala 42, si poteva fare un bilancio chiaramente positivo. Nel lungo e difficile cammino percorso emergono alcuni fatti particolarmente rilevanti: la preoccupazione pedagogico-catechetica di Don Pietro Ricaldone e la sua tenacia nell'attuazione dei progetti concepiti; il lavoro pionieristico del primo Decano Don Leôncio (1941-1952) con il suo pregevole tentativo di visione organica delle scienze pedagogiche e con la sua sensibilità «pratica»; l'apporto deci­sivo di riflessione teoretica e di impegno organizzativo dei Presidi G. Corallo (1953-1954) e P. Braido (1952-1953, 1954-1957, 1959-1966); l'allargamento della prospettiva internazionale e l'esigenza di pianificazione durante la presidenza di V. Sinistrero (1957-1959); l'opera di avanguardia nel campo della ricerca positivo-sperimentale di L. Calonghi e P.G. Grasso. L'appoggio e la collaborazione dei primi Decani della Facoltà di Filosofia, G. Gemmellaro e V. Miano, e dei primi Rettori del PAS, A. Gennaro, E. Valentini, A. Stickler, permisero il felice superamento di situazioni delicate.

Nelle pagine precedenti sono stati ricordati altri fatti e altri nomi. Lo sforzo comune, pur attraverso momenti di divisioni interne e coi limiti segnalati dagli stessi protagonisti, contribuì a definire l'Istituto Superiore di Pedagogia - con la sua rigorosa impostazione teoretico-positiva e la sua struttura scientifica unitaria e complessa - come un'istituzione originale nell'ambiente pedagogico degli anni '60.